L’Effetto Lucifero: come persone normali diventano mostri o eroi
“La linea tra bene e male taglia a metà il cuore di ogni essere umano.”
Gli ultimi mesi sono stati gonfi di avvenimenti salienti da molti punti di vista: politico, morale, etico, economico o più semplicemente umano.
Ho avuto modo di ascoltare e farmi un’opinione, almeno per quanto riguarda i fatti di pubblica rilevanza, ma anche e soprattutto di tracciare un inquietante paragone tra ciò che il Professor Zimbardo ha descritto nel suo libro, L’Effetto Lucifero, e quel che ho osservato personalmente attraverso più modalità.
Il concetto di ricerca e i suoi limiti
Molto spesso mi viene chiesto a che cosa serve la ricerca, soprattutto in psicologia sociale. Chi se ne importa, del resto, che un gruppo di persone abbia o non abbia agito in un determinato modo se sottoposto a una certa condizione sperimentale?
Certamente esistono problemi teorici che potrebbero minare alla base la stessa nozione di “conoscenza”. Tutta la ricerca, non solo quella in psicologia, si basa sul metodo induttivo – ovvero un procedimento che partendo da singoli casi particolari cerca di stabilire una legge universale – e non sul metodo deduttivo (o aristotelico), che al contrario procede dall’universale al particolare.
Negare il metodo induttivo significa svuotare di significato il concetto stesso di ricerca.
Naturalmente, in uno studio, per ritenere valido un risultato, bisogna aver eseguito tutte le operazioni inerenti all’esperimento in maniera più che rigorosa, cercando di limitare il più possibile qualsiasi tipo di interferenza che potrebbe alterare l’output.
Mi vengono in mente gli esami di Logica, Epistemologia, Teorie e Tecniche dei Test, Psicologia Sociale, Metodologia delle scienze sociali, Genetica del comportamento e molti altri: per spiegare in maniera esaustiva perché fare ricerca in psicologia non sia uno spreco di tempo e risorse – economiche ed umane – dovrei passare centinaia di ore a fornire al mio interlocutore questa stessa base teorica e pratica.
Ad ogni modo, la critica che potrei sollevare contro il famoso e famigerato Esperimento Carcerario di Stanford si basa appunto su una questione tecnica: la generalizzabilità. Ovvero: io non posso esser certa (anzi, son certa del contrario) che il campione selezionato da Zimbardo fosse rappresentativo della popolazione generale. Innanzitutto erano uomini, studenti universitari (di Stanford ma non solo), di età compresa tra i 18 e i 24 anni: avrei tutte le ragioni per pensare che i risultati non siano generalizzabili a soggetti donne, ad esempio.
Eppure i parallelismi con la realtà e le conferme di numerosi altri studi hanno confermato gli straordinari risultati di Phil Zimbardo.
Quello studio, che sarebbe dovuto durare due settimane, è stato interrotto dopo soli sei giorni. Le condizioni del carcere sperimentale erano diventate intollerabili, tanto da portare alcuni dei finti detenuti, vessati dalle finte guardie, a cadute psicologiche gravi.
Un sottile filo rosso tra lo studio di Stanford e la realtà
Una scena, descritta dal Dottor Z., ha attirato la mia attenzione: durante una delle numerose punizioni che le guardie infliggevano ai detenuti, e che consistevano essenzialmente in esercizi fisici (flessioni), una delle guardie ha appoggiato il piede sulla schiena di un detenuto allo scopo di rendergli il compito più gravoso.
La somiglianza tra questa scena ed altre, documentate da fotografie e racconti, di nazisti che compiono lo stesso sadico gesto nei confronti dei loro prigionieri, è a dir poco impressionante.
Ci viene insegnato, a scuola, che certi errori non dovrebbero esser ripetuti e che “quelle cose” sono accadute perché i tempi, le condizioni e le circostanze erano diversi da quelli attuali.
Ne dubito.
Mi ha sempre stupito l’illusione umana che gli esseri umani di adesso siano veramente diversi da quelli di 2000 anni fa. Ovviamente non parlo di tecnologia o condizioni sociali, ma dell’essenza: un padre di oggi non è diverso, in fondo, da un padre del Medioevo o della Roma antica.
E’ per questa ragione che lo studio di Zimbardo pone in luce delle realtà inquietanti: è possibile che persone “normali” diventino carnefici, persecutori, persino omicidi, se le circostanze sono adeguate.
Ignoranza, indifferenza, negazione
Durante un piccolo esperimento condotto all’interno del mio corso di laurea, che prevedeva dibattito e osservazione, ho fatto notare che trovavo interessante l’adesione di tutti ad argomenti lontani nel tempo: nazismo e fascismo, masse trascinate dal carisma di un leader, e così via.
Ho chiesto, inoltre, perché nessuno avesse fornito esempi recenti, come ad esempio le stragi in Somalia, Ruanda, Jonestown, Darfur, per non parlare degli scandali di Abu Ghraib e Guantánamo.
La replica che ho ricevuto è stata interessante e preoccupante al tempo stesso.
“E’ chiaro che parliamo solo di argomenti lontani, perché su quelli è più facile essere compatti. Su avvenimenti più recenti, invece, siccome sono ancora freschi, non saremmo d’accordo.”
E’ così, a mio avviso, che si creano le basi per conflitti più gravi: ignorare volutamente le opinioni altrui, non informarsi e negare che ci siano questioni irrisolte. Nel momento in cui uno di questi argomenti diventa saliente (come è successo prima della Seconda Guerra Mondiale von la questione ebraica), allora tutte le idiosincrasie, tutti i conflitti sopiti e nascosti, i rancori covati e mai espressi esplodono in maniera incontrollata e incontrollabile.
Informazione, dunque, e dialogo costruttivo, cose che i giovani (in troppi casi) non conoscono da vicino, né saprebbero ottenere e mettere in atto.


perfettamente d’accordo